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Carlo Verdone e la sua battaglia contro il panico e l’ipocondria

Carlo Verdone e la sua battaglia contro il panico e l’ipocondria

Ci sono cose che una pellicola cinematografica non riuscirà mai a raccontare, come la vita reale di ogni attore o attrice protagonista. In fondo è solo un semplice nastro in poliestere sul quale vengono impressi i frame catturati da una cinepresa. Una storia, una sceneggiatura, location varie e uomini e donne che recitano la loro parte. Spento tutto, ognuno rientra immancabilmente nello spazio-tempo reale.

Gli appassionati di cinema, non paghi della capacità artistiche dell’attore o dell’attrice di turno e della qualità del film che hanno appena visto, si dilettano a leggere o scovare notizie sulla vita privata di tali artisti. Perché questa indole millenaristica? Molto probabilmente dovuta ad un “bisogno psicologico” di portare alla dimensione comune umana l’utopica vita perfetta di un attore o attrice. In effetti, a ben guardare, non c’è nulla di perfetto in ogni angolo del pianeta, neanche nel mondo dello spettacolo in genere. Se il lato economico non rappresenta certo il problema principale, diversamente da quanto accade alla maggior parte della popolazione mondiale, le difficoltà della vita quotidiana possono assumere altre connotazioni.

Prendiamo ad esempio un grande attore del cinema italiano, amato e stimato da tanti: Carlo Verdone. Alcuni personaggi da lui creati, entrati ufficialmente nella storia cinematografica nostrana, erano caratterizzati da tratti psicologici alquanto problematici. Un modo utilizzato dall’attore per esorcizzare ciò che aveva destabilizzato in passato la sua vita: l’ipocondria. Verdone ha raccontato che da ragazzino ascoltava spesso le telefonate della madre con una sua grande amica, Pia Borromeo, le quali erano spesso improntate sulle problematiche fisiche sofferte da parenti o conoscenti oppure da loro stesse. L’ascoltare tutto quell’ambaradan fatto di aritmie, ipertensioni, cancri e via dicendo, lo portò inconsciamente a sviluppare una leggera forma di ipocondria.

Non bastasse questo, la madre era nei suoi confronti molto apprensiva, rendendolo molto timoroso nei confronti di alcune malattie, soprattutto i tumori. D’altronde, sua mamma era un’appassionata di medicina e quindi cercava, nel suo piccolo, di salvaguardare la salute del giovanissimo Verdone.

L’attore ammirava così tanto il medico di famiglia, il professore Gerardo D’Agostino, da convincersi a voler diventare medico. Purtroppo però l’impatto con l’enciclopedia medica non fu così benevolo. Iniziando a leggere i sintomi di alcune malattie, il giovane Verdone iniziò a rintracciare in se stesso tutti i sintomi di ogni disturbo. Da lì, iniziò immancabilmente l’assunzione di ansiolitici. Quando, nel 1978, l’apparizione al programma televisivo No Stop gli diede grande successo e forte ammirazione da parte del pubblico, iniziarono gli attacchi di panico dovuti ad ansia da prestazione. Cercò di curarli con qualsiasi tipo di benzodiazepine presente sul mercato medicinale.

Come iniziò la sua uscita dal tunnel dell’ipocondria? Grazie all’aiuto di uno psicanalista, il dottor Piero Bellanova. Questo luminare lo sottopose a prove particolari per tirarlo fuori dal tunnel, tipo quando gli disse di fare il giro della rotonda di Ostia prima di andare a trovare la fidanzata e di rifarla nuovamente al ritorno. Verdone, temendo di andare incontro ad un attacco di panico con iperventilazione, divenne molto titubante. Il dottor Bellanova gli disse di non temere nulla e di insistere fino alla terza volta. A parte la prima sera, in cui l’attore fu costretto a chiamare la futura moglie per essere recuperato in preda al panico, al quarto tentativo le cose iniziarono a migliorare.

Col tempo, e grazie all’amore per il cinema e per il suo appassionato pubblico, l’ipocondria iniziò a scemare, riducendosi adesso ad una semplice pillola che l’attore assume per dormire di più.

La sua storia è la storia di tanti altri personaggi del cinema nostrano e non, ai quali il destino ha dato certo un “dono” da utilizzare per se stessi ma soprattutto per dilettare gli altri, ma senza sconti sulle problematiche quotidiane.