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Carlo Verdone si racconta: “Ho fatto uso di psicofarmaci”

Carlo Verdone si racconta: “Ho fatto uso di psicofarmaci”

Nonostante oggi sia un grande del cinema, anche Carlo Verdone nella sua vita passata ha dovuto affrontare qualche momento di difficoltà. In fondo ritrovarsi ad affrontare degli ostacoli è una condizione che bene o male riguarda un po’ tutti – chi più, chi meno – e lo stesso Verdone, che da più parti viene considerato un volto duro e quasi inattaccabile, è dovuto ricorrere agli ansiolitici per riprendere a stare bene con se stesso.

“Ma soprattutto – precisa – ne sono uscito grazie al coraggio e alla forza che ho saputo ritrovare dentro di me, stimolato dalla vicinanza di donne eccezionali, mia madre in primis, e dai consigli di uno dei padri della psicanalisi italiana, Piero Bellanova. Perché dobbiamo sempre ricordarci che la vita ci mette a disposizione tante opportunità persino in quei momenti più brutti, più bui e difficili da cui crediamo di non uscirne vivi”. Carlo Verdone, prima di diventare il grande regista e attore che è, ha infatti subito tante delusioni e tante porte sbattute in facia. “Lo sconforto mi indusse a pensare di abbandonare tutto e tornare agli studi.

Carlo Verdone e l’inizio di una florida carriera

La svolta però arrivò quando portai un mio amico inglese a vedere uno spettacolo del mimo Daniele Formica. Proprio a cena, al tavolo con anche altri amici, cominciai a raccontare dei fatti divertenti che mi erano capitati, imitando per l’occasione alcuni personaggi. Quello che non sapevo è che alle mie spalle, ad ascoltare la mia mezza esibizione, c’era proprio il direttore dell’Alberichino (noto teatro in cui debuttò Roberto Benigni, ndr)! Ebbene, lui mi propose l’affitto del teatro per due settimane se solo mi fossi inventato un monologo con cui presentarmi sul palco”.

Dopo essere stato spronato da mamma Rossana, alla fine Carlo decise di buttarsi in questa avventura. Fu assalito da una crisi di nervi e da un attacco di panico, ma nonostante questo non si lasciò sfuggire l’occasione. Così si recò all’Alberichino, certo che avrebbe fatto flop, soprattutto perché quella sera ci sarebbero stati nel pubblico diversi critici della stampa. La tensione di quei momenti però non gli impedì di fare uno spettacolo coi fiocchi: pur nelle imprecisioni e nelle improvvisazioni dovute alla dimenticanza di uno stralcio del monologo, il pubblico rispose entusiasta alle performance di Verdone.

Ancora oggi il regista ricorda con affetto quei momenti, perché se non fosse stato per sua madre che gli tirò un calcio nel sedere esortandolo ad andare ad esibirsi, Carlo, probabilmente, non sarebbe mai arrivato dove è oggi. “Ma piantala! Devi farlo, fidati di tua madre”, gli disse la mamma. “Quel giorno – ricorda Carlo – mia madre prese la valigetta in cui avevo riposto gli oggetti che mi sarebbero serviti in scena, aprì la porta e mi buttò fuori di casa urlandomi dalle scale: ‘Un giorno mi ringrazierai, fregnone!’. E così stato”.

Panico e ansia: il successo travolge Verdone

Ma a Verdone quelle insicurezze dell’esordio tornarono a fargli visita anche a carriera avviata. A un certo punto della sua vita infatti uscì fuori un forte senso di inadeguatezza. “Non ero più capace di uscire di casa – racconta – nemmeno per incontrare Gianna, che era la mia fidanzata e che poi sarebbe diventata mia moglie. Il buio continuava ad avvolgermi, mi consideravo un uomo da buttare. Sentii un’inadeguatezza mentale e fisica e mi dissi ripetutamente che non sarei mai stato in grado di reggere il carico di quel tipo di lavoro”.

Anche in quel caso fu la madre a tirarlo su, con la presenza aggiuntiva e preziosa dello psicanalista Bellanova: “Alla fine della seconda seduta, Piero mi disse: ‘Carlo, credo non ci sia più niente da psicoanalizzare. In realtà tu hai semplicemente paura del successo che ti è piombato addosso, della tua vita che sta per cambiare'”.

Così Bellanova si spiegava gli attacchi di panico e l’iperventilazione che stavano cominciando a fare breccia in Carlo. Ed è a quel punto che gli propose una cura shock: l’attore sarebbe dovuto andare a trovare la fidanzata Gianna, che proprio per via del panico non stava più incontrando, e avrebbe dovuto farlo allungando il percorso di una decina di chilometri. “Non morirai – lo rassicurò Bellanova -, tutt’al più te la farai un po’ sotto la prima volta, forse anche la seconda, ma dalla terza in poi vedrai che starai molto meglio. Altrimenti non se ne esce mica”. E anche qui, tutto filò esattamente come l’esperto disse: le prima sera fu una catastrofe, la seconda difficile, ma dalla terza in poi le cose cominciarono a migliorare strada facendo.

Quel passaggio di vita Verdone lo definisce alla stregua di una resurrezione, perché fu proprio quella sfida che lo portò a combattere i suoi attacchi di panico che poi gli aprì le porte a una fase per così dire nuova. “Con il passare del tempo mi resi conto che avevo sempre meno bisogno degli ansiolitici, che poi infatti abbandonai perché stavo cominciando ad acquisire sicurezza sia in me stesso che nel lavoro che facevo. A voler essere onesti, oggi mi manca quel filo di ansia che, se usato bene, avrebbe potuto darmi quella scarica di adrenalina che è utile per chi vuol dare sempre il meglio di sé. Purtroppo però se lo sono portati via la maturità e la saggezza”.

Ma che consigli dà uno come Verdone che ha vissuto una vita piena di cose e che si è ritrovato faccia a faccia con momenti tutt’altro che belli? “Quello a cui non bisogna mai rinunciare è l’ironia. Un’arma di cui però bisognerebbe cercare di non abusare, perché a fare troppo gli spiritosi si rischia di diventare noiosi e superficiali. Se però l’ironia la si usa nel momento giusto e nel modo giusto, allora sì che possiede cento volte l’effetto di uno psicofarmaco”.