verdone interpreta ruggero

I personaggi più amati di Carlo Verdone

I personaggi più amati di Carlo Verdone

Parlare di Carlo Verdone crea sempre un senso di venerazione e ammirazione per un personaggio che ha dato e continua a dare un enorme contributo artistico e stilistico al cinema italiano e alla commedia in particolare.

Nato a Roma il 17 novembre del 1950, l’ispirazione ad intraprendere la strada del cinema gli venne infondata dal padre Mario, critico cinematografico. Dopo il diploma al liceo classico e quello in regia presso il Centro Sperimentale di cinematografia di Roma, si laureò in Lettere Moderne con il massimo dei voti grazie alla tesi interdisciplinare in Letteratura e cinema muto italiano. Il suo primo ingresso nel mondo del cinema avvenne negli anni ’70, quando iniziò a cimentarsi nella regia di piccoli cortometraggi indirizzarti verso la rappresentazione culturale e artistica di quegli anni, collaborando a volte col grande regista Zeffirelli.

Ma come l’aspirante regista Verdone divenne attore? Per caso e grazie all’assenza di alcuni attori per causa malattia. Fu così che, durante lo spettacolo del Gruppo Teatro Arte, le sue grandi capacità trasformistiche e da mattatore vennero fuori, consentendogli successivamente di ritagliarsi uno spazio nell’ambito televisivo, cosa che accadde nella mitica trasmissione Non Stop. Era il 1977. Soltanto tre anni dopo, vide la luce il suo primo lungometraggio: Un Sacco Bello (1980), che gli valse un Nastro D’Argento e un David di Donatello.

Con questa prima opera cinematografica, Verdone creò dei personaggi che entrarono nell’immaginario collettivo e nella storia del cinema italiano: il coatto e bullo romano Enzo, la cui meta ferragostiana è l’est europeo con l’obiettivo di fare sesso; Ruggero, hippie sui generis appartenente alla comunità “Figli dell’amore eterno” e sottoposto ad una sorta di lavaggio del cervello, per essere redento, dal padre e da altri personaggi, tra cui il prete calabrese Don Alfio, il professore e Anselmo, cugino di Alfio, tutti interpretati da Verdone; infine Leo, ingenuo e bonaccione, che si imbatte in una Roma deserta e assolata nella turista spagnola Marisol, ospitandola poi a casa sua.

Ma probabilmente è con “Bianco, Rosso e Verdone” (1981) che l’attore, regista e sceneggiatore ha dato il meglio di se stesso nella caratterizzazione dei personaggi, mettendo sul piatto un virtuosismo così marcato da scavare un solco con la commedia italiana degli anni precedenti. Qui il ritratto dell’italiano medio tipico diventa la rappresentazione di una società che si stava dirigendo verso il nuovo millennio.

Rispetto al film precedente, questa volta Verdone si limita ad interpretare tre personaggi tra loro completamente diversi ma uniti da esilaranti disavventure nel percorso verso i rispettivi seggi elettorali, coi destini che ad un certo punto del film apparentemente si incrociano. Parliamo del complessato e pignolissimo Furio Zaccaro, che pianifica fin nei minimi dettagli la sua vita, quella della frustrata moglie Magda e dei due figli. Mitica la sua telefonata all’Aci per avere informazioni sulle condizioni meteo e che, senza entrare nei dettagli, si chiude con “ma va a cagher” da parte dell’operatore. Ecco allora Mimmo, ingenuo ragazzone che accompagna la nonna, interpretata dalla grande Lella Fabrizi, da Verona a Roma per andare a votare.

Bellissimi i litigi tra i due, con la nonna che cerca in vari modi di “svegliare” il nipote bamboccione. Il cerchio si chiude con il personaggio di Pasquale Ametrano che, partito da Monaco di Baviera per andare a votare a Matera, si trascina dietro il suo mutismo vocale insieme alla sua indimenticabile mimica facciale. Dopo che, durante il viaggio, gli rubano di tutto, dalle borchie ai sedili, dal mangianastri ai regali comprati all’autogrill, il suo sfogo finale nel seggio elettorale, anche se ai più incomprensibile, è da antologia.

Anche se la carriera cinematografica di Verdone è andata avanti, la sua indole alla macchietta e nell’indossare “maschere” è andata spegnendosi, salvo tornare in alcune occasioni, a favore di una maturità artistica verso tematiche sociali e di genere. Ma quei personaggi così profondamente caratterizzati restano e resteranno nella mente dei cinofili presenti e futuri.”